Scriptorium – Recensioni. Rubrica quindicinale di Cristina Siccardi

di Cristina Siccardi – 23 dicembre 2017 Riscossa Cristiana

Questa settimana ci occupiamo di un’opera non letteraria, non spirituale e neppure teoretica, ma artistica, tanto bella quanto forte nel suo messaggio. Per la prima volta se ne parla e siamo grati all’autore, Giovanni Gasparro, per questo privilegio dato a Riscossa Cristiana.

Sia il titolo che il contenuto del dipinto sono emblematici e di cocente attualità: Amoris laetitia. San Giovanni Battista ammonisce l’adulterio di Erode Antipa ed Erodiade (Olio su tela, 100 X 150 cm, 2017. Bari, Collezione privata).

Questo olio su tela, di recentissima produzione, mette subito in evidenza l’autorevolezza di san Giovanni, vestito di pelli e di Grazia di Dio. Egli, con un’aureola di luce intorno al capo, guarda la direzione in cui il suo dito indice della mano e del braccio destro sono rivolti, mentre pare, dalla sua bocca socchiusa, aver proferito parole di cattivo presagio. Forse la perdizione? Quasi rivolge la sua attenzione ad un luogo preciso: in alto, sul lato destro, appare, infatti, ma non troppo evidente, un lembo di tessuto, un drappeggio. L’indizio, forse, del talamo dei due concubini? Nonché tappa per l’Inferno? Azzardando, si può presumere, tanto che la conferma potrebbe essere decretata dai due stessi adulteri, Erode ed Erodiade, superbamente vestiti e ingioiellati.

Erode, Tetrarca, dipendente dai Romani, della Galilea e della Perea, durante un suo soggiorno proprio a Roma conobbe e intrecciò una relazione con Erodiade, moglie di suo fratello Erode Filippo. Quando fu il momento di ripartire per la Galilea portò con sé la cognata e la sposò. Tutto ciò destò grande scandalo pubblico: la legge mosaica proibiva unioni adulterine, ambedue erano vincolati da coniugio, infatti, anche Erode era già unito in matrimonio con la figlia del Re nabateo Areta IV, il quale gli intimò guerra e lo sconfisse. Il proconsole Vitellio si mosse per punirlo di aver violato la pace romana, ma alla notizia della morte di Tiberio (37 d. C.) tornò indietro, e Areta continuò a regnare indisturbato.

Ma torniamo a ciò cui san Giovanni Battista, nel dipinto gasparriano, dalle tinte sfumate, ambrate ed omogenee, potrebbe fare riferimento con le sue parole e i suoi segni. I concubini Erode ed Erodiade osservano la sua bocca ed entrambi hanno reazioni improvvise, scomposte, allarmate, deducibili dai loro volti e dalle loro gestualità. Erode ha la faccia disgustata: arriccia il naso, digrigna i denti, così da aprire la bocca e mettere in evidenza l’arcata inferiore. Il suo ribrezzo nauseato è rappresentato anche dalle mani: con la destra cerca di arrestare quella terribile visione che sta palesando il precursore di Cristo, mentre la mano sinistra, quasi raffigurazione di un aracnide, dimostra tutto l’orrore che sta sperimentando.  Non è da meno l’amante, Erodiade, che si fa scudo con il corpo di chi ha ripudiato la legittima consorte, sbuca fuori con gli occhi iperdilatati e la bocca spalancata in un presumibile grido. Il suo sguardo rappresenta il terrore. E l’unica sua mano visibile è la sinistra, la quale si appoggia alla spalla di Erode in una mossa d’artiglio.

Nell’iconografia sacra esistono pittori che si sono cimentati con lo stesso soggetto evangelico, pensiamo, per esempio, a Mariotto di Nardo con la rappresentazione pittorica (estremi cronologici: 1400-1410) della chiesa di San Domenico a San Miniato; a Filippo Bellini con la pala d’altare (1590-1603) presente nella chiesa del SS. Sacramento ad Ancona; a Cesare Sermei con il dipinto (1660-1668) che si trova nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi; a Giovanni Battista Carlone con il dipinto murale  San Giovanni Battista ammonisce Erode ed Erodiade (1660-1669), presente nella cappella del Battista (terza a sinistra) nella Certosa di Pavia; oppure a Mattia Preti, artista con il quale Giovanni Gasparro può nobilmente essere confrontato, come d’altro canto prova la mostra Giovanni Gasparro versus Mattia Preti a cura di Fabio De Chirico, che si è svolta nel 2015 a Cosenza, nella Galleria Nazionale di Palazzo Arnone (12 novembre-12 dicembre). Il dipinto San Giovanni Battista ammonisce Erode Antipa ed Erodiade di Preti venne eseguito nel 1665 circa ed è conservato in una collezione privata di New York. In questo caso Preti rappresenta il peccatore Erode perplesso e turbato dalle parole del Battista, il quale, in questo caso, punta il suo indice su Erode stesso.

Nell’opera di Gasparro realismo, sensazionalità, trascendenza offrono un’impostazione artistica del tutto singolare ed unica. Le sue pitture, come spiega Margherita Eichberg, Soprintendente Belle Arti e Paesaggio della Calabria: «sono la raffigurazione estetica di concetti, idee e soggetti. […] Come Preti, Gasparro dimostra grande padronanza nelle tecniche pittoriche, e velocità d’esecuzione. In pochi mesi fra’ Mattia dipinse la volta della concattedrale di Malta, e con la stessa rapidità il giovane pittore pugliese ha concepito e realizzato il ciclo pittorico della chiesa di San Biagio a L’Aquila, ora San Giuseppe Artigiano. Come il cavaliere di Taverna, affronta con una dedizione quasi religiosa le sue commissioni, impegnandosi nell’elaborazione concettuale del tema, ricorrendo a citazioni erudite, esplorando i testi sacri nei passi meno noti. I suoi personaggi, con le forme anatomiche delineate da pennellate sapientemente stese, i volti dalle espressioni quasi caricaturali, le pose accentuate sembrano usciti da una tela del Seicento, se non fosse per alcune inedite versioni iconografiche […]» (Giovanni Gasparro versus Mattia Preti, a cura di Fabio De Chirico, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CZ) 2016, p.13).

Sono proprio queste «inedite versioni iconografiche» a rendere sorprendenti e contemporanee le opere di Gasparro. Inedito oggi è, nostro malgrado, divenuto ciò che si è sempre detto da duemila anni di Cristianesimo. L’ignoranza religiosa pervade tutti, a cominciare dal clero, perciò diventa nuovo ciò che non si conosce o ciò che si è distorto da cinquant’anni a questa parte, a cominciare dal Concilio Vaticano II, quando la modernità, caduca e mefistofelica, si è impossessata dei concetti, dei principi, delle leggi eterne.

In Amoris laetitia. San Giovanni Battista ammonisce l’adulterio di Erode Antipa ed Erodiade, il Precursore possiede le sembianze del volto amabile di Gesù Cristo. Un’intuizione eccellente: il figlio di santa Elisabetta e di san Zaccaria, precedendo il Cristo, rappresenta, in questo contesto, la Legge di Dio, secondo la quale non è possibile ripudiare né la moglie, né il marito e nessuna convivenza more uxorio è permessa. Il documento Amoris laetitia è perciò l’anticamera concettuale – sottolineato dalla risposta dei protagonisti –  del tragico epilogo, qualora si metta in pratica, ovvero la dannazione. L’ammonimento è qui già prefigurazione di ciò che attende i due amanti dopo la morte.

Insegna sant’Ambrogio: «Non ripudiare la tua sposa: significherebbe negare che Dio è l’autore della tua unione. […] Tu […] ripudi la tua sposa quasi fosse nel tuo pieno diritto, senza temere di commettere un’ingiustizia; tu credi che ciò ti sia permesso perché la legge umana non lo vieta. Ma lo vieta la legge di Dio: e se ubbidisci agli uomini, devi temere Dio. Ascolta la legge del Signore: […] Ciò che Dio ha unito, l’uomo non lo divida (Mt 19, 6). Ma non è soltanto un precetto del cielo che tu violi: tu in un certo modo distruggi un’opera di Dio. […] Per la durezza del vostro cuore – dice [Gesù] Mosè vi permise di dare il libello del divorzio e di ripudiare le mogli; ma all’inizio non era così (Mt 19, 8). Cioè egli dice che Mosè l’ha permesso, ma Dio non lo ha ordinato: all’inizio valeva la legge di Dio. Qual è la legge di Dio? L’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua sposa, e saranno due in una sola carne (Gen 2, 24; Mt 19, 5). Dunque, chi ripudia la sposa, dilania la sua carne, divide il suo corpo. Questo passo dimostra all’evidenza che quanto fu scritto a causa della debolezza umana, non è stato scritto da Dio. Perciò l’Apostolo dice: Ordino – non io, ma il Signore – la moglie non si separi dal marito (1 Cor 7, 10)» (Commento al Vangelo di san Luca, 8, 4-8).

Ciò che affermava sant’Ambrogio è ciò che affermava Cristo e che affermeranno tutti i padri della Chiesa dopo di lui e tutti i Pontefici della Chiesa, da san Pietro in poi, ad esclusione di Francesco, il quale ha stabilito, con l’Esortazione apostolica Amoris laetitia, che i divorziati risposati possono ricevere i sacramenti e che il rimanere in questo stato è compatibile con il ricevere l’aiuto della Grazia, negando, quindi, l’indissolubilità del matrimonio.

Il dito di Giovanni Battista, che si fa interprete del passaggio dalla Legge mosaica alla Legge portata dal Figlio di Dio, è l’ultimo appello agli atterriti Erode ed Erodiade, ma anche all’Amoris laetiatia, portatrice di tristitia, corruzione e rovina per le anime.