Roma, la rivolta dei compositori cattolici: “Basta con le chiese invase dai bongo”

di Alessandra Benignetti – 5 settembre 2017 “il Giornale”

I più grandi compositori cattolici denunciano il basso livello musicale nelle chiese. Cori stonati, musiche registrate e testi senza riferimenti al sacro: “Andrebbero bene per Sanremo”

Stonature, chitarre strimpellate, musiche registrate e testi musicali che sembrano più adatti per il palcoscenico di Sanremo che per essere intonati nelle parrocchie. Ormai in chiesa non si canta più, e quando succede, sempre più spesso la musica sacra lascia il posto a surrogati che scadono nel ridicolo e, in qualche caso, pure nel blasfemo.

A denunciare una situazione che da anni è sotto gli occhi di tutti sono alcune delle voci più autorevoli del settore. Esperti e direttori delle cappelle delle più importanti basiliche italiane riuniti nel convegno dei Compositori di Musica Sacra, organizzato a Roma dall’Associazione Italiana Santa Cecilia, le cui critiche sul livello musicale delle nostre chiese sono state raccolte da Sandro Cappelletto in un articolo apparso oggi sul quotidiano La Stampa.

“Cantare la liturgia non significa allietare una riunione tra amici”, ammonisce dalle colonne del quotidiano torinese monsignor Valentino Miserachs Grau, direttore della cappella della basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. Sempre più parrocchie, tuttavia, sottolinea il presule, scelgono uno stile “populista” per l’accompagnamento musicale delle funzioni. Così, i tentativi di innovare i repertori musicali hanno spesso esiti tragicomici e, in generale, si assiste ad una “involuzione” rispetto alla tradizione musicale della Chiesa, sul cui valore incontestabile, del resto, si espresse anche il Concilio Vaticano II. Insomma, con le chiese “invase dai bongo”, “non sarà il caso di darsi una calmata e tornare a cantare la Parola di Dio invece dei repertori orrendi che si sentono nei coretti delle nostre parrocchie?”, si domandano gli esperti.

La musica sacra, rammentano i partecipanti al convegno, è una cosa seria. Un’arte, “santa” e “universale”, che andrebbe diffusa e conservata. Eppure, nei seminari non c’è quasi più traccia degli insegnamenti musicali e i committenti di musica sacra sono sempre meno proprio perché parroci e vescovi non conoscono più il valore del canto gregoriano e della polifonia. “Vengono pubblicati da case editrici cattoliche dei testi che andrebbero bene per Sanremo”, denuncia su La Stampa monsignor Tarcisio Cola, presidente dell’Associazione Santa Cecilia. “Questa assoluta libertà ha portato ad un livellamento verso il basso dal quale si stenta a rialzarsi”, aggiunge lo storico della musica don Alberto Brunelli, citato dallo stesso quotidiano. Il risultato? Molti celebranti non cantano più ed è sempre più raro che, durante la Messa, cantino i fedeli.

A risentirne è il rito stesso, indebolito e privato di un elemento di fondamentale importanza. Sul valore della musica e del canto liturgico, e sulla sua capacità di “far cantare i cuori delle persone”, si espresse più volte anche Benedetto XVI. Il papa emerito, definito dal compositore e storico direttore della Cappella Sistina, Domenico Bartolucci, “il più esperto di musica tra i pontefici conosciuti”, ha sottolineato, infatti, in più di un’occasione come la musica liturgica non sia “un accessorio o un abbellimento esteriore della liturgia”, ma come sia “essa stessa liturgia”. La musica sacra è “necessaria ed integrante”, scriveva Papa Benedetto nel 2012, “non certo per motivi puramente estetici, in un senso superficiale, ma perché coopera, proprio per la sua bellezza, a nutrire ed esprimere la fede”. Conversioni eccellenti sono nate proprio sulle note dei canti liturgici, come quella di Sant’Agostino, il cui cuore si lasciò commuovere dal suono celestiale degli inni ambrosiani, o quella dello scrittore Paul Claudel, che si convertì al cattolicesimo, rapito dalla potenza del Magnificat ascoltato durante la Messa di Natale del 1886 nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi.

Anche Papa Francesco, che “non canta” come facevano Benedetto XVI e Paolo VI, si è espresso recentemente sul tema, in favore della salvaguardia del “ricco e multiforme patrimonio ereditato dal passato”. Un patrimonio da utilizzare “con equilibrio nel presente, evitando il rischio di una visione nostalgica”, ha precisato il Santo Padre nel suo discorso ai partecipanti al Convegno internazionale sulla musica sacra dello scorso marzo. “Nell’incontro con la modernità”, ha ammesso Papa Francesco in quell’occasione, talvolta è “prevalsa una certa mediocrità, superficialità e banalità, a scapito della bellezza e intensità delle celebrazioni liturgiche”. Sì, allora, alla “formazione musicale” dei sacerdoti, scrive Francesco, per favorire il percorso di “rinnovamento, soprattutto qualitativo, della musica sacra”. Quella della conservazione del canto liturgico tradizionale e del suo adattamento alle esigenze della modernità, però, denunciano i compositori cattolici, è una sfida che non è stata ancora raccolta fino in fondo.