L’Arte di Dio. Un libro drammatico, da far studiare nelle scuole e nelle università. E nei seminari…

di Marco Tosatti – 12 settembre 2017 “Stilum Curiae”

Chi scrive ha appena finito di leggere un libro drammatico, che consiglierei come testo nelle scuole per la storia dell’arte, e, soprattutto, nelle università e negli istituti superiori che si occupano di architettura, arti figurative e musica. E perché no? Anche agli studenti di storia e lettere, tanto per colmare degli abissi di ignoranza e sottovalutazione voluta da una cultura soi-disant “illunminista” che ha un problema con la cristianità. Non è riuscita a rimuoverla del tutto, complici anche i cristiani, e allora cerca di metterci una coperta sopra, far finta che non ci sia stata e che la nostra cultura, quella vera, e la nostra storia, anche attuale, ne siano impregnate; compresi loro che fanno finta di essere nuovi.

Ecco, in questo lunghissimo incipit vi ho detto praticamente tutto. Il libro, opera corposa, densa e stimolante di Cristina Siccardi, si chiama: “L’arte di Dio. Sacri pensieri, profane idee”. È edito da Cantagalli (455 pagine, 29 €). In esso l’autrice vuole, e ci riesce, secondo chi scrive, a rispondere negativamente a due questioni, poste da Hegel e Nietsche. La prima riguarda l’arte: è morta davvero? Certo la tentazione di rispondere di sì è forte, osservando quello che ci viene propinato come tale. La secondo questione riguardava la morte di Dio; e anche su questo direi che i fatti smentiscono il folle filosofo.

Il problema su cui verte tutta l’opera è proprio questo: come e perché è necessario che il connubio fra l’uno e l’altro, fra l’Arte e Dio, che ci ha dato un’infinità di cose meravigliose, apprezzate anche da coloro che di Dio non pare vogliano saperne, torni a funzionare, e a creare di nuovo.

Non sarà, non è facile. Anche perché, come spiega bene il libro, perché per raggiungere questo obiettivo altissimo si devono dare due condizioni: la qualità artistica del soggetto, e la fede. La mancanza della stessa, e della pratica, ha conseguenze fattuali gigantesche e nefaste. Lo vediamo ahimè quasi ogni giorno, quando passiamo davanti a chiese costruite magari da nomi sfavillanti dell’Arte Contemporanea che a tutto servono fuorché a pregare, a elevare l’anima verso qualche cosa che va oltre, a trasportarci in un mondo diverso; come invece facevano le chiese costruite da chi crede. Chiese che inoltre – e questo non è un problema di fede, ma di qualità professionale – che si segnalano per la loro bruttezza e squallore.

Gli assassini, in questo thriller che ha per vittime il Bello e la Religiosità , sono parecchi, ma due in particolare: l’Arte Contemporanea (AC), e la sudditanza culturale della Chiesa alla stessa. Per incapacità, o trascuratezza, nel preparare i sacerdoti in seminario al gusto del bello e della dignità del bello legato al Divino. I seminaristi diventano sacerdoti, parroci, vescovi e possono felicemente così cadere ignari nella rete dell’Arte Contemporanea. Di cui Cristina Siccardi da questa definizione: “Si definisce arte contemporanea quella dell’attuale civiltà occidentale, che ha perso i connotati cristiani, vagando senza cognizione del passati e senza strategie per il futuro e, dunque, senza punti di appoggio”. La committenza ecclesiastica subisce l’AC più di quanto si senta ispirata da logiche di fede. E la torta è servita.

Il libro è un’opera veramente importante, ricca di contributi – impossibile citarli tutti – focalizzati su temi specifici, dalla liturgia al latino, al feticismo all’architettura religiosa (di cui parla Vittorio Sgarbi), alla neo-iconoclastia, alla musica (Riccardo Muti e Domenico Bartolucci) e alle chiese-magazzino (Paolucci).

Insomma, come è stato detto all’inizio, un’opera fondamentale per capire; per capire anche perché costruire roba sciatta per ragioni pauperistiche è un tradimento: se la vita quotidiana è piena di mediocrità e fatica, una chiesa dovrebbe aiutarci, tutti, poveri e non, a “consolarci” tramite la bellezza, a gettare un raggio di luce nelle nostre nebbie di ogni giorno.