La sublime nostalgia di Marcel Proust

di Cristina Siccardi – 8 aprile 2018 La Domenica di Riscossa Cristiana

Leggere ciò che scrisse Marcel Proust nel 1904 è come indossare un paio di ali: l’ala della ragione da una parte e l’ala della fede dall’altra. La mort des cathedrales: Une Consequence du projet Briand sur la Separation è un articolo apparso su Le Figaro il 16 agosto di quell’anno, scritto in occasione di un’accesa polemica che animò l’intera Francia, intenta a discutere alcuni punti di una legge che, tra le varie cose, prevedeva l’abolizione dei luoghi di culto, l’inventario di tutte le proprietà ecclesiastiche del Paese e l’istituzione delle associazioni cultuali, pena la confisca di quegli stessi beni da parte dello Stato. Il rischio che quest’ultimo s’impadronisse della gestione dei luoghi di culto cattolici per trasformarli in «pezzi  da museo, gelidi» sembrava imminente, e Proust temeva che di lì a qualche anno la sua patria sarebbe divenuta «una spiaggia dove enormi conchiglie cesellate sarebbero apparse arenate, ormai vuote della vita che in esse aveva abitato ed incapaci di recare all’orecchio che vi si chinasse il vago suono di un tempo», questo perché: «Quando il sacrificio della carne e del sangue del Cristo non sarà più celebrato nelle chiese in esse non ci sarà più vita».

La morte delle cattedrali è un articolo di fine ed alta letteratura a cui non siamo più, purtroppo, abituati, uno scritto d’arte che incanta quanto nutre e sazia, è la fotografia di ciò che noi viviamo oggi e di cui lui già assaporava l’aridità che sarebbe venuta. Leggere significa introiettare attivamente e fortemente e quando ci si accosta a lavori di tale spessore si plana, lasciando a terra tutti gli scarti, personali e pubblici. «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso», afferma lo scrittore francese nel suo celebre romanzo Il tempo perduto.

In La morte delle cattedrali, che riprendiamo grazie all’autorizzazione della rivista Il Covile, che la pubblicò il 27 febbraio 2010, non c’è retorica, ma la verità dei fatti che emerge nella sua pregnante crudità e nel cinismo di una volontà, in questo caso statalista (con il Modernismo nella Chiesa anche religiosa), desiderosa di sotterrare la cristianità, iconica per essenza, a differenza del protestantesimo.

«Supponiamo», scrive l’autore, «per un momento il cattolicesimo estinto, perdute le tradizioni del suo culto. Sole, monumenti divenuti incomprensibili, di una fede dimenticata, sussistono le cattedrali, sconsacrate e mute. Un giorno degli studiosi arrivano a ricostruire le cerimonie che vi si celebravano in altri tempi, per le quali le cattedrali erano state costruite, e senza le quali non vi si trova altro che lettera morta; quindi degli artisti, sedotti dal sogno di rendere momentaneamente la vita a queste grandi navate adesso tacite, volendo replicare per un’ora il teatro del dramma misterioso che vi si svolgeva, frammezzo a canti e profumi […]. Certamente il governo non mancherà di sovvenzioni per un tale tentativo. Ciò che ha fatto per le rovine romane farà per dei monumenti francesi, per queste cattedrali che sono la più alta ed originale espressione del genio della Francia». Avete presente ciò che il FAI o le municipalità organizzano di tanto in tanto nelle residenze nobiliari come nelle regge borboniche o sabaude? Rievocazioni storiche di come si viveva un tempo in quei luoghi d’incanto, ma tutto resta, comunque, alle spalle. Proust immagina, quindi, la rievocazione dei riti, nel tempo del Cattolicesimo estinto, all’interno di cattedrali erette non per presunti spettatori, bensì per gli attori di quelle rappresentazioni, dove l’estetica rende maggior Gloria a Dio, ponendosi al servizio del sacerdote, del diacono, del seminarista, del chierichetto, del sacrestano, del fedele, conducendoli, uno per uno, alla dimensione del trascendente.

Come riprodurre quei riti dimenticati in cattedrali che hanno perduto il loro significato? Attraverso gli studiosi: «le sculture e le vetrate riprendono senso, un odore misterioso arieggia di nuovo dentro il tempio, si recita un dramma sacro, la cattedrale si rimette a cantare. Il governo sovvenziona a ragione, con più ragione che le rappresentazioni del teatro d’Orange, dell’Opéra-Comique e dell’Opéra, questa resurrezione delle cerimonie cattoliche, di un tale interesse storico, sociale, plastico e musicale alla cui bellezza solo Wagner si è avvicinato, imitandola, nel Parsifal. Frotte di snob vanno alla città santa (sia essa Amiens, Chartres, Bourges, Laon, Reims, Beauvais, Rouen, Parigi) e una volta all’anno provano l’emozione [termine topos dei nostri tempi epidermici ndr] che cercavano altrimenti a Bayreuth e ad Orange: gustare l’opera d’arte nello stesso scenario che è stato per essa costruito. Sfortunatamente, là come ad Orange, non possono essere che dei curiosi, dei dilettanti [termine scritto in italiano ndr]: qualsiasi cosa facciano in loro non abita l’anima del passato».

È esattamente così. Oggi milioni di visitatori si recano nelle città d’arte, entrano nelle maestose chiese, nelle basiliche, nelle abbazie, nelle cattedrali come dilettanti. I fedeli, invece, di quelle cattedrali medioevali e non i turisti religiosi, entravano nei luoghi di culto e sacri cercando Dio in essi grazie a quelle architetture, a quegli arredi, a quelle suppellettili, creati dagli architetti e dagli artisti intorno all’unico ed essenziale evento della cristianità: il Santo Sacrificio dell’Altare compiuto dal Sommo Sacerdote Gesù attraverso il suo ministro, il sacerdote. Atto divino (miracoloso) e apicale durante il quale pane e vino diventano Corpo e Sangue di Cristo.

«Gli artisti che eseguono i canti, quelli che recitano la parte dei sacerdoti, possono essersi istruiti e impregnati dello spirito dei testi. Ma, nonostante tutto, non si può fare a meno di pensare a come queste feste dovessero essere più belle ai tempi in cui erano i sacerdoti a celebrare le messe, non per dare ai letterati un’idea di tali cerimonie, ma perché avevano, in virtù di quei riti, la stessa fede degli artisti che scolpirono il giudizio finale nel timpano del portale o dipinsero le vite dei santi nella vetrata dell’abside. Come l’opera intera doveva parlare con voce più alta e intonata quando tutto un popolo rispondeva alla voce del prete, si metteva in ginocchio quando tintinnava la campanella dell’elevazione; non come queste rappresentazioni di freddi figuranti, ma perché come il prete, come lo scultore, il popolo credeva.».

Poi arrivano a noi, drammaticamente deprimenti, le parole di Proust che immaginò la depredazione, ma non la visse. Il sacco di Roma oggi è stato compiuto e il vituperio seguito al pastorale Concilio Vaticano II noi lo vediamo e ne siamo ben coscienti, più di coloro (ad esclusione di pochi nel clero e fra tutti il Vescovo francese Monsignor Marcel Lefebvre) che erano presenti fra il 1962 e il 1965. Intanto tradimento e aridità avanzano. Tuttavia procede anche la resistenza nella Tradizione, nelle sue multiformi sfumature: di militanza, di denuncia, di propositi, di umile clandestinità. Così l’onirico pensiero proustiano viene dismesso dall’esperienza:

«Ecco cosa si potrebbe dire se la religione cattolica fosse morta. Ma essa esiste, e per immaginare come fosse una cattedrale del XIII secolo viva e nel pieno esercizio delle sue funzioni non abbiamo bisogno di farne cornici di ricostruzioni retrospettive, esatte ma fredde. Non dobbiamo che entrare, non importa a che ora, mentre si celebra la funzione. I gesti, la salmodia e il canto non sono qui affidati ad artisti. Sono i ministri stessi del culto che officiano guidati non da un sentimento estetico ma dalla fede, quindi ancor più esteticamente. Non si potrebbero immaginare attori così vivi e sinceri, dato che è il popolo che si prende la briga di recitare per noi, senza saperlo. Si può dire che, grazie alla persistenza della Chiesa cattolica dei medesimi riti, e, d’altra parte, della fede cattolica nel cuore dei francesi, le cattedrali non sono solo i più bei monumenti della nostra arte, ma i soli che vivano la propria vita integralmente, i soli rimasti in rapporto con lo scopo per cui furono costruiti». Ciò non possiamo noi più dire, visto che si decise, nello spirito del Concilio Vaticano II, di spogliare con il Novus Ordo i riti per cedere ad una protestantizzazione dottrinale e, quindi, liturgica.

Il problema che Proust affrontava era il laicismo statale, oggi viviamo un laicismo cattolico di proporzioni enormi, così eclatanti da allarmare molti fedeli e intellettuali qualche tempo fa ancora incoscienti di ciò che sarebbe sorto dopo la Rivoluzione conciliare in seno alla Chiesa. Lo scrittore, debitamente preoccupato per le sorti delle cattedrali francesi, vedeva correlativamente venir meno la linfa di quelle preziose conchiglie che perdevano la perla e l’eco del mare:

«Ora, la rottura del governo francese con Roma sembra rendere prossima la messa in discussione e probabile l’adozione di un progetto di legge in base al quale, nel termine di cinque anni, le chiese potranno essere, e spesso saranno, sconsacrate; il governo non solo non sovvenzionerà più la celebrazione delle cerimonie rituali nelle chiese, ma potrà trasformarle in tutto ciò che vorrà: musei, sale di conferenze o casinò», come oggi accade in diverse parti del mondo e in Italia, con chiese sconsacrate adibite anche in ristoranti. «Quando il sacrificio del corpo e del sangue di Cristo non sarà più celebrato nelle chiese, non ci sarà più vita in esse. La liturgia cattolica è un tutt’uno con l’architettura e la scultura delle nostre cattedrali perché deriva dalla stessa simbologia». Non c’è immagine, vetrata, scultura, dettaglio di queste cattedrali, divenute ormai più musei che luoghi di culto, che non avesse un significato simbolico; la loro manifesta bellezza (anche di dettagli invisibili all’occhio umano perché collocati troppo in alto e considerati pertanto visibili al solo occhio di Dio) era soltanto il passaggio logico e successivo, in quanto, parlando con la materia (fosse tinta o marmo o pietra o vetro…) di Trinità, il senso della bellezza andava da sé. Inoltre non c’era connotato autoreferenziale (a differenza dell’età rinascimentale e a seguire) negli architetti, negli artisti, nelle maestranze di quelle fabbriche divine.

Già solo il Cero pasquale racchiude significati di una sacralità di proporzioni sublimi: la cera immacolata prodotta dall’ape, casta e feconda, che simboleggia la Vergine Immacolata, la Madre di Dio che ha partorito il Salvatore, e tutto ciò che sacerdotalmente si muove intorno al Cero non è altro che un rito doveroso, che colma di luce il bisogno di luce del credente e chissà, magari anche dell’ateo o di colui che si trova nella religione sbagliata. In questo il Cardinale Newman è Maestro: si convertì (dalla superstizione, al calvinismo, all’anglicanesimo fino ad abbracciare Santa Romana Chiesa e, grazie a lui, si convertirono migliaia di inglesi) studiando i Padri della Chiesa ed entrando nelle chiese italiane, ammirando i riti cattolici e l’arte creata per quei riti. È normale, allora, che le chiese moderne siano fredde e vuote, perché rispecchiano riti freddi e vuoti, dove è l’assemblea ad essere al centro dell’attenzione, riunita intorno al memoriale dell’Ultima Cena, non più per rivivere il Calvario.

Parole, gesti, paramenti, oggetti… tutto canta ciò che rappresenta la cattedrale e i suoi abitanti. L’autore giunge a dire: «Mai spettacolo comparabile, specchio così gigantesco della scienza, dell’anima e della storia fu offerto allo sguardo e alla comprensione dell’uomo». Se tanta meraviglia ci muove la Divina Commedia, che è e rimane una Commedia, come bisognerebbe atteggiarsi di fronte al capolavoro dei capolavori che è la Messa nella sua formula di sempre? La lingua sacra, il latino, che univa tutti i cattolici ovunque si trovassero e le note che echeggiavano ai tempi di Proust nelle navate di queste magnificenti chiese, i cui sette modi gregoriani rappresentavano le sette virtù teologali, sarebbero oggi in grado di risvegliare anime assopite e intossicate da dissennati errori? Certamente, la verità e la bellezza rinsaviscono perché la creatura umana è fatta per l’ordine, l’armonia, la stabilità, l’equilibrio, per il cosmo, magistralmente riprodotti nelle cattedrali gotiche.

«Senza dubbio solo coloro che hanno studiato l’arte religiosa del medioevo», dichiara ancora, «sono capaci di analizzare la bellezza di un tale spettacolo», di analizzarla e di riprodurla. Ci è capitato di conoscere la progettista di vetrate sacre Barbara Ferabecoli. Entrare nel suo studio ci si sente avvolti da un’onda in tutto e per tutto cristiana, quindi cattolica, qui il Medioevo è conosciuto, amato, vissuto e si trasforma in vetro soffiato e in arte monumentale. L’umiltà della Ferabecoli ricorda quella degli artisti medioevali, che non lavoravano per il proprio nome, ma per la Trinità, la Madonna, gli Angeli, i Santi. Il suo curriculum di studi e di attività è assai nutrito, dal 1989 si occupa specificatamente di Arte monumentale, nell’ambito dell’Arte Sacra, realizzando fino ad oggi centinaia di opere e capolavori in chiese, santuari, abbazie, istituti religiosi disseminati nel mondo. Lei è nascosta, ma le sue opere parlano ovunque: vetrate, mosaici, altari sorprendenti…

Talvolta la sua firma non si legge neppure sulle vetrate che raggiungono anche i 15 metri di altezza. Non ha imparato ciò che sa creare all’Accademia di Belle Arti di Roma dove ha studiato, perché in Italia quest’arte non la si trasmette più, ma da un Maestro russo, Piotr Merkury, nato nel 1951 in un gulag sovietico e scomparso nel novembre del 2017. La sua famiglia era stata deportata in Siberia e sua madre gli aveva cucito una Croce nascosta sotto gli indumenti. L’arte di Piotr Merkury, disseminata in tutto il mondo, era imbevuta di fede e anche quando dipingeva una natura morta il suo pennello lo intingeva nella Trinità, tale disposizione, oltre a tutto il patrimonio di conoscenze apprese a San Pietroburgo, l’ha tramessa alla sua allieva Barbara. Lascia scritto: «Pensare ad un’opera d’arte ci riporta la memoria a capolavori lontani, e con un pizzico di nostalgia li vediamo relegati in un passato remoto, ma ricercare le stesse finalità, riproporre una grande professionalità, ritrovare la stessa onestà che generò quelle opere d’arte è un dovere ancora oggi, per ogni artista».

Nell’Atelier della Ferabecoli il Medioevo rivive nell’oggi. La conoscenza contenuta nei volumi dell’arte medioevale presenti nei sobri scaffali, fuoriesce ineffabilmente sulle pareti, tappezzate di opere e progetti, mentre sui tavoli nascono le idee di vetrate monumentali: bozzetti, cartoni, lucidi, tagli di vetro soffiato, pitture, addirittura quella con l’oro puro; poi la cottura a temperature che raggiungono gli 800 gradi e, infine, l’impiombatura. Mentre l’artista spiega la difficile quanto impegnativa tecnica antica, sfogliamo il grosso tomo Enciclopédie médiévale d’aprés Viollet le Duc, Bibliothèque de l’Image e ciò che lei dice è ciò che qui è riprodotto e che facevano i nostri avi di valore, a differenza di coloro che non conoscono più questa nobile arte, ma monetizzano, producendo a raffica banali e “concettuali” tendine di vetro normale e colorato, come lo possono essere i dozzinali bicchieri che si trovano nei negozi di casalinghi.

Forme, linee e cromature di queste mirabili vetrate non devono essere interpretati perché l’autore “chissà cosa voleva dire”, ma devono essere semplicemente ammirati quand’anche pregati. Cristo è regale, forte, bellissimo e maestoso. La Madonna è pura, giovane, bellissima e materna. Gli angeli sono tali e non ciò che astrattamente l’artista vorrebbe loro affibbiare (vedasi gli “angeli” antropomorfi e fasulli di Chagall)  e i santi rappresentano se stessi, ciò che furono e sono in eterno. Quella di Barbara Ferabecoli non è solo Arte Sacra, e già sarebbe molto, ma è Arte Liturgica. Se negli ultimi cinquant’anni sono stati eseguiti adeguamenti liturgici ovunque, smantellando altari, balaustre, cori e interi presbiteri, alla Ferabecoli sta accadendo l’esatto contrario, viene chiamata per allestire vetrate di tecnica medioevale in chiese insopportabilmente moderne. Il che non deve fare inorridire, bensì riflettere: c’è bisogno, da parte di alcuni parroci, di ritornare alla bellezza della fede, cosicché in chiese asettiche e glaciali, l’attenzione si concentri sulle cose divine attraverso vetrate magnifiche per proporzioni e contenuti, da cui si irraggi la luce, metafora della Luce divina.

Le cattedrali medioevali erano fortezze spirituali vive e popolate di presenze spirituali e fisiche, dove il Corpo e Sangue di Cristo univa in Sé le une e le altre. Innanzitutto vi erano gli abitanti del Cielo ivi rappresentati, poi il clero e i fedeli viventi, ma c’era anche un altro popolo, presente giorno e notte al cospetto del Tabernacolo, il popolo dei defunti. Spoglie di personalità dell’autorità civile e di notabili, e spoglie del clero, ritenuti degni di stare là dove si trovavano anche i resti dei martiri e dei santi. Tutti uniti, dunque, santi e peccatori, sotto lo stesso tetto, con un’unica ragione: essere al cospetto di Dio per onorarlo e sperare nella propria salvezza eterna. Se i corpi non potevano trovare spazio in questi luoghi, allora erano le famiglie e le corporazioni, avendo sborsato del proprio per edificare le cattedrali, a chiedere di trovare una loro presenza iconografica. Così spiega Proust il passato e il futuro:

«Non sono soltanto la regina e il principe che portano le loro insegne, la corona o il collare del Toson d’Oro. I cambiavalute si sono fatti rappresentare nell’atto di verificare il titolo delle monete, i pellicciai nell’atto di vendere le pellicce (si veda nel libro di Mâle la riproduzione di queste due vetrate)[1], i macellai nell’atto di macellare buoi, i cavalieri di portare il loro blasone, gli architetti di squadrare capitelli. Dalle loro vetrate di Chartres, di Tours, di Sens, di Bourges, d’Auxerre, di Clermont, di Toulouse, di Troyes, i bottai, pellicciai, droghieri, pellegrini, contadini, armaioli, tessitori, scalpellini, macellai, panettieri, calzolai, cambiavalute, tesi ad ascoltare il divino ufficio, non udranno più la messa che si erano assicurata la maggior parte del proprio denaro. I morti non governano più i viventi. E i viventi, dimentichi, cessano di adempiere i voti dei morti».

Il realismo domina sulla nostalgia nella lucida analisi di Proust. La Chiesa, in quanto Corpo mistico di Gesù Cristo, viveva la sua Universalità (Cattolicità) a Chartres come a Canterbury in Inghilterra, ad Aberdeen in Scozia come a Bingen am Rhein in Germania, ad Aquisgrana come a Firenze, a Venezia come a Palermo e negli altri continenti. Centinaia, migliaia di costruzioni che intonavano all’unisono un immenso patrimonio di cui l’Europa è disseminata, è un patrimonio che c’è, compreso il Vetus Ordo, attende, con pazienza divina, di essere riafferrato e visto non con gli occhi del dillettante, ma del credente, che ha smesso di dubitare e di agitarsi confusamente.

 

Il numero de “Il Covile” (n. 575, Anno X, 27 febbraio 2010), dove si trova la traduzione dell’articolo di Marcel Proust La mort des cathedrales: Une Consequence du projet Briand sur la Separation lo si può trovare qui: Rianimare i mosaici assopiti. Speciale urbanistica 7 – di Ciro Lomonte con un inedito di Marcel Proust: https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_575.pdf

[1] Marcel Proust si riferisce ad un libro che definisce «ammirevole» di Emile Mâle dal titolo L’art religiueux du XIIIe siècle

 

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